La cantina storica nel caos del debito


La cantina storica nel caos del debito

Carpi si trova davanti a uno di quei momenti che segnano la storia di una comunità. La Cantina di Carpi, pilastro della cooperazione vitivinicola emiliana da oltre un secolo, naviga in acque tempestose con un passivo di 12,8 milioni di euro che ha costretto il management a richiedere le misure protettive del Tribunale di Modena. Il 18 marzo scorso è arrivato il via libera del giudice per attivare l'articolo 18 del Codice della Crisi d'Impresa, una sorta di paracadute che "cristallizza" la situazione patrimoniale per dodici mesi. Una pausa di riflessione che sa di ultima chiamata per una realtà che produce 300mila ettolitri di vino l'anno e che dal 1903 rappresenta l'anima agricola del nostro territorio.

La rabbia e la preoccupazione dei soci

Nei paesi del modenese, cuore pulsante della produzione del Lambrusco di Sorbara e del Salamino, l'atmosfera è tesa come una corda di violino. Intere famiglie di agricoltori aspettano ancora il saldo della vendemmia 2024, mentre per il 2025 regna il buio più totale. Non è difficile immaginare la frustrazione di chi ha dedicato la vita ai propri vigneti e ora si trova con le spalle al muro. Per molti piccoli produttori, il mancato incasso di queste cifre non significa solo perdere qualche soldo: significa mettere a rischio la sopravvivenza stessa delle loro aziende agricole.

Una crisi dalle molte facce

Giorgio Strazzi, componente del consiglio di amministrazione ed ex sindaco di Revere, non nasconde la complessità della situazione. "Tra il 2015 e il 2018 abbiamo fatto investimenti massicci per ammodernare gli impianti", spiega con la franchezza di chi ha vissuto questa vicenda dall'interno. Poi sono arrivati i colpi del destino, uno dopo l'altro come in una tragedia greca. Prima la pandemia che ha mandato in picchiata le vendite, poi la Flavescenza dorata, una malattia trasmessa dalla cicalina Scaphoideus titanus che ha devastato i vigneti del modenese impedendo la maturazione dei grappoli.

I numeri che fanno paura

La matematica è spietata: si è passati da un record di 460mila quintali di uva agli attuali 250mila. E se questo non bastasse, dei oltre mille soci iniziali, oggi quelli attivi sono scesi a circa 800. Un'emorragia che racconta la fatica del mondo agricolo meglio di qualsiasi statistica.

Un patrimonio che non può sparire

Quello che è in gioco non è solo una questione economica. La crisi mette in discussione un asset produttivo che conta quattro centri di pigiatura (Carpi, Concordia, Bazzano e Poggio Rusco) e lo stabilimento di imbottigliamento di Sorbara. Oltre ai celebri Lambruschi e al Pignoletto, qui si produce anche il "Vino Rossissimo" da uve Ancellotta, fondamentale per il mercato dello sfuso. Un mondo che non può semplicemente svanire nel nulla.

La corsa contro il tempo

I soci creditori hanno ora sei mesi per valutare la proposta di ristrutturazione del debito. Sei mesi per decidere se questa storia che dura da oltre un secolo meriti ancora di essere scritta. La sfida più grande sarà convincere una base sociale provata e delusa che il rilancio sia ancora possibile. Perché quando si parla di cooperative, non si tratta solo di bilanci e creditori: si tratta di fiducia, di rapporti umani, di una comunità che ha sempre creduto nella forza del fare insieme. La Cantina di Carpi ha attraversato due guerre mondiali, crisi economiche e trasformazioni epocali. Ora si trova di fronte forse alla prova più difficile: quella di convincere i propri soci che vale ancora la pena scommettere sul futuro. In un territorio come il nostro, dove la cooperazione non è solo un modello economico ma un modo di essere, questa partita riguarda tutti noi.

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