Il
giudice Donatella Pianezzi ha confermato il carcere per il
29enne italiano che il 30 dicembre scorso ha accoltellato alla gola
don Rodrigo Grajales Gaviria, il sacerdote colombiano vice parroco di San Giovanni Evangelista nel quartiere Crocetta di Modena. Una vicenda che ha scosso profondamente la comunità locale e che solleva interrogativi inquietanti sui nostri fragili servizi di assistenza psichiatrica.
L'interrogatorio: ammissioni e pentimento
Sabato mattina, alle 8.45, il giovane aggressore ha affrontato l'interrogatorio di garanzia al Sant'Anna, assistito dall'
avvocato Andrea Mattioli. Le sue parole sono state chiare: ha ammesso tutto, ha confessato di aver
pedinato il sacerdote per quaranta minuti prima di aggredirlo con un coltello a serramanico in via Castelmaraldo. Il motivo? Una presunta offesa percepita durante un viaggio sull'autobus della linea 6. Una "motivazione" che definire surreale è persino riduttivo, considerando che
don Rodrigo è universalmente riconosciuto come persona di straordinaria mitezza. I due non si conoscevano affatto: un perfetto sconosciuto che decide di accoltellare un sacerdote per una parola mai detta o un gesto mai fatto.
Un sistema che non funziona
Qui emerge il vero scandalo di questa storia. Il
29enne era seguito dal
Centro di Salute Mentale di Carpi, ma viveva in un appartamento a Modena gestito da una cooperativa sociale. Aveva un
amministratore di sostegno nominato dal Tribunale, segno evidente che le sue condizioni psichiche erano note alle istituzioni. Eppure questo giovane, con un passato di aggressioni violente già durante la minoranza, girava libero per le nostre strade. I genitori a Reggio Emilia, i nonni a Carpi, ma evidentemente nessuno in grado - o forse desideroso - di occuparsene davvero.
La tragedia annunciata
Non serviva la sfera di cristallo per prevedere che prima o poi sarebbe successo qualcosa di grave. Un soggetto con problemi psichiatrici non curati adeguatamente, episodi violenti precedenti, una famiglia che pare essersi "dimenticata" di lui. Il cocktail perfetto per una tragedia che fortunatamente si è fermata a un passo dall'irreparabile.
Don Rodrigo, 45 anni, missionario colombiano e cappellano della comunità latinoamericana della diocesi di Modena-Nonantola, è stato dimesso con una prognosi di 20 giorni. Ha già fatto sapere di voler
perdonare il suo aggressore, dimostrando ancora una volta quella carità cristiana che il suo accoltellatore aveva creduto di non vedere.
Le prossime mosse
La
Procura chiederà la
perizia psichiatrica, richiesta condivisa dalla difesa. «È senz'altro una persona che deve essere esaminata», ha sottolineato l'avvocato Mattioli, aggiungendo che il suo assistito «non ha ancora ben elaborato l'accaduto». Elaborato l'accaduto? Ma quando mai lo aveva elaborato? Quando ha deciso di seguire un prete sconosciuto per quaranta minuti con un coltello in tasca? O quando ha pensato che la soluzione ai suoi problemi mentali fosse accoltellargli la gola?
Una riflessione necessaria
Questa vicenda ci costringe a guardare in faccia i limiti del nostro sistema di assistenza psichiatrica territoriale.
Carpi e tutto il distretto sanitario devono interrogarsi seriamente su come sia possibile che una persona così evidentemente pericolosa sia stata lasciata sostanzialmente a se stessa. Non basta affidare il caso a una cooperativa sociale e sperare che tutto vada per il meglio. Serve un controllo continuo, un coordinamento reale tra i vari servizi, una presa in carico che sia davvero tale e non solo un passaggio di carte da un ufficio all'altro.
Don Rodrigo si riprenderà, fisicamente almeno. Ma la fiducia dei cittadini in un sistema che dovrebbe proteggerli da situazioni come questa rischia di rimanere ferita molto più a lungo.