Ieri, mentre i mezzi spargisale correvano lungo le vie principali per contrastare la minaccia del ghiaccio notturno, quattro dodicenni trasformavano via Remesina in un teatro dell'assurdo, sdraiandosi sull'asfalto in attesa delle auto. Un paradosso tutto carpigiano: mentre l'amministrazione si preoccupa di rendere sicure le strade ghiacciate, alcuni giovani concittadini le usano come campo da gioco per sfidare la morte.
Il "gioco" mortale di via Remesina ci restituisce un'immagine inquietante della nostra epoca. Quattro ragazzini che scambiano l'asfalto per un letto, la strada per una sfida esistenziale, l'incoscienza per coraggio. E quando una cittadina coraggiosa prova a far loro ragionare, la risposta è quella spavalderia tipica di chi confonde la libertà con l'anarchia: "alla nostra età al pomeriggio si esce da soli". Come se il diritto all'autonomia includesse quello all'autodistruzione.
La semiotica del pericolo assume qui contorni grotteschi: mentre il ghiaccio rappresenta una minaccia naturale e imprevedibile che l'uomo cerca di controllare con sale e prudenza, questi giovani creano artificialmente un pericolo ancora maggiore, trasformando la casualità della natura in una roulette russa volontaria. È l'emblema di una generazione che, non trovando più rischi autentici da affrontare, se li inventa, preferendo il brivido del pericolo autoindotto alla noia della sicurezza conquistata.
Eppure, proprio nella stessa giornata in cui si consumava questa moderna tragedia dell'adolescenza, Carpi celebrava l'Epifania con quella ricchezza di tradizioni che da sempre caratterizza la nostra comunità. Mentre quattro dodicenni giocavano con la morte, le chiese si riempivano per celebrare i Re Magi, il Borgogioioso ospitava Befana e Spazzacamino, e il territorio si animava di presepi e festeggiamenti.
Il contrasto è stridente quanto illuminante: da una parte una città che custodisce e rinnova le proprie tradizioni, dall'altra una frangia di giovani che sembra aver perso il filo della continuità culturale, sostituendo i riti di passaggio ancestrali con prove di coraggio autolesioniste. Dove una volta i bambini aspettavano la Befana con trepidazione, oggi alcuni aspettano le auto con incoscienza.
La testimone che ha tentato di dissuadere i ragazzini rappresenta il meglio della nostra comunità: quella solidarietà civica che non si volta dall'altra parte, che interviene quando necessario. Il suo pentimento per non aver chiamato subito il 112 è comprensibile quanto emblematico di una società che oscilla tra l'interventismo e il rispetto dell'autonomia individuale, anche quando questa sfocia nell'autodistruzione.
L'ironia amara di questa giornata carpigiana sta nell'immagine di un Comune che si preoccupa del ghiaccio sulle strade mentre alcuni suoi giovani cittadini le usano come campi di gioco mortali. È come se la città fosse divisa tra chi lavora per la sicurezza collettiva e chi la mette deliberatamente a rischio, tra chi preserva le tradizioni e chi ne inventa di pericolose.
Forse il vero insegnamento di questa giornata di inizio gennaio è che Carpi, come tutte le comunità moderne, deve imparare a gestire simultaneamente due sfide apparentemente opposte: proteggere i cittadini dai pericoli naturali e proteggerli da se stessi. Il ghiaccio si combatte con il sale, ma l'incoscienza giovanile richiede strumenti più sofisticati: dialogo, presenza, comunità. E forse, anche un po' di quella magia dell'Epifania che sa ancora incantare chi ha voglia di lasciarsi incantare.