Il paradosso del bisturi: quando l'eccellenza convive col degrado


Il paradosso del bisturi: quando l'eccellenza convive col degrado

Carpi, 7 febbraio 2026. C'è qualcosa di profondamente ironico nel contemplare le cronache di ieri dalla nostra città: mentre al Ramazzini si compiono miracoli della medicina moderna con interventi di termoablazione che sostituiscono l'ago al bisturi, dall'altra parte dello stesso ospedale si rompono i tubi degli spogliatoi come in una commedia dell'assurdo kafkiana.

Il professor Giampaolo Papi e la sua équipe hanno letteralmente "bruciato" un tumore con la precisione di un orefice, salvando un ottantacinquenne che temeva di non superare un intervento tradizionale. Una procedura così sofisticata da collocare Carpi tra i centri di eccellenza nazionale, con 320 pazienti trattati dal 2019 con tecniche che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza. Eppure, nello stesso momento, il personale sanitario deve fare i conti con infiltrazioni d'acqua e disagi strutturali che farebbero arrossire un albergo di terza categoria.

È il paradosso carpigiano per eccellenza: siamo capaci di raggiungere vette di eccellenza medica che ci pongono all'avanguardia in Europa, ma non riusciamo a mantenere in piedi le tubature. Come se avessimo inventato il motore a fusione nucleare ma continuassimo a viaggiare su strade piene di buche.

Non diversamente accade quando spostiamo lo sguardo dalle corsie ospedaliere agli uffici amministrativi. Mentre a Carpi si discute del trasferimento temporaneo dell'ufficio protocollo per dieci giorni di ristrutturazione - una piccola seccatura burocratica gestita con la consueta efficienza -, a Modena esplode il caso dell'ammanco di oltre un milione di euro alla Fondazione, con ottocento bonifici passati inosservati per cinque anni.

La storia della Fondazione di Modena è un manuale di come non si dovrebbero fare i controlli interni: un dipendente riesce a sottrarre 1.162.810 euro attraverso operazioni tutte tracciabili, mentre il presidente minimizza definendo l'ammanco "una goccia nel mare". Verrebbe da chiedersi se nelle fondazioni abbiano mai sentito parlare di quello strumento rivoluzionario chiamato "estratto conto bancario".

Elisa Rossini di Fratelli d'Italia ha ragione nel sollevare interrogativi sui controlli, anche se c'è da chiedersi se servano davvero interrogazioni consiliari per capire che lasciare un dipendente libero di fare bonifici per cinque anni senza supervisione sia, diciamo così, poco prudente. È come affidare le chiavi della cantina a un alcolista e poi stupirsi che il vino sia finito.

Il filo rosso che lega queste vicende è la doppia anima del nostro territorio: da una parte l'eccellenza che ci rende orgogliosi - la medicina d'avanguardia, la capacità di innovare, l'efficienza amministrativa -, dall'altra le piccole e grandi disfunzioni che ci ricordano quanto sia fragile l'equilibrio su cui si regge ogni comunità.

Quando Annalisa Arletti e Monica Medici denunciano i problemi strutturali del Ramazzini, non sbagliano nel sottolineare il rischio: come si può attrarre personale qualificato in una struttura che combina l'eccellenza clinica con l'inadeguatezza logistica? È come invitare un grande chef a cucinare in una cucina dove gocciola il soffitto.

Carpi si trova così davanti a una sfida di coerenza: far sì che l'eccellenza delle competenze professionali trovi corrispondenza nella qualità delle strutture che la ospitano. Non si tratta solo di una questione tecnica, ma di rispetto verso chi ogni giorno si impegna per rendere la nostra città un punto di riferimento. Perché se è vero che il genio sa adattarsi ovunque, è altrettanto vero che merita un palcoscenico all'altezza del suo talento.



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