Ieri Carpi ha vissuto una di quelle giornate che raccontano l'anima di una città meglio di qualsiasi trattato sociologico. Mentre i nostri giovani calciatori collezionavano sconfitte sul campo del Ravenna e si preparavano a un weekend di fuoco per le giovanili, in Piazza Martiri si consumava una mobilitazione che ha del miracoloso: 150 firme in due ore per chiedere la radioterapia nel nuovo ospedale. Una velocità di raccolta che farebbe invidia ai migliori commerciali, se non fosse che qui si parla di salute pubblica e non di aspirapolvere.
È curioso osservare come il destino abbia voluto che nella stessa giornata si parlasse di futuro tecnologico della sanità e di presente sportivo che stenta a decollare. Da una parte l'AUSL che ci promette radiazioni "portate al letto del paziente" entro il 2034 - una sorta di Amazon Prime della radioterapia - dall'altra la riga di porta amara che condanna il Carpi a una sconfitta che sa di déjà vu calcistico.
La semiotica della protesta carpigiana è interessante: Fratelli d'Italia che organizza banchetti per difendere la sanità pubblica, mentre l'azienda sanitaria risponde con un ragionamento che suona come fantascienza medica. "Le tecnologie evolvono", ci dicono. Certo, evolvono anche i virus, ma nel frattempo i pazienti hanno bisogno di cure concrete, non di promesse algoritmiche. È il classico scontro tra l'urgenza del presente e le seduzioni del futuro, dove chi ha fretta di guarire rischia di rimanere schiacciato tra innovazione e burocrazia.
Nel frattempo, la città non si è fermata. I carpigiani hanno riempito il Teatro Comunale per "Come gli uccelli" e hanno affollato le mostre, dimostrando che anche un sabato di febbraio può trasformarsi in un festival di cultura diffusa. È questa la resilienza carpigiana: mentre si discute di bunker per radioterapie future, si costruisce il presente con teatro d'autore e cioccolato di Castelfranco.
La lezione più profonda di questa giornata viene forse proprio dallo sport. I nostri ragazzi del settore giovanile si preparano ad affrontare il Modena e altre sfide, nonostante la prima squadra collezzioni sconfitte con la costanza di un orologio svizzero. È il miracolo dell'ottimismo generazionale: mentre gli adulti firmano petizioni preoccupati per il 2034, i giovani continuano a credere che la prossima partita possa essere quella giusta.
C'è qualcosa di profondamente educativo nell'osservare una comunità che non si arrende mai: né quando la riga di porta tradisce Sorzi, né quando le promesse tecnologiche sembrano voler sostituire i servizi concreti. Le 150 firme raccolte in Piazza Martiri non sono solo una protesta, sono un manifesto di cittadinanza attiva che dice: "Il nostro futuro lo vogliamo scrivere noi, grazie".
Carpi resta così: una città che sa essere pragmatica quando serve (firmiamo per la radioterapia) e sognante quando occorre (riempiamo i teatri anche a febbraio). Una comunità che ha imparato a convivere con le sconfitte sportive senza perdere la capacità di immaginare vittorie future, sanitarie e non solo. Dopotutto, in una città che ha fatto della resilienza una forma d'arte, anche l'utopia può diventare un progetto concreto.