Carpi tra indifferenza e solidarietà: quando il cuore batte a metà


Carpi tra indifferenza e solidarietà: quando il cuore batte a metà

Come in un perfetto paradosso borgesiano, la cronaca di ieri ci restituisce una Carpi che sembra vivere in due dimensioni parallele: da una parte l'indifferenza glaciale di chi volta lo sguardo dall'altra quando una tredicenne viene aggredita in piazza Garibaldi, dall'altra la generosità di chi si mobilita per la Raccolta del Farmaco o partecipa alla corsa benefica che veste i colori del calcio.

La città del 9 febbraio 2026 ci appare come un labirinto morale dove convivono, senza apparente contraddizione, l'altruismo organizzato e l'egoismo istintivo. Mentre nelle farmacie si preparano a raccogliere medicine per chi non può permettersele - testimoniando quel bisogno di oltre 8.500 confezioni che fotografa una povertà sanitaria che preferiremmo non vedere - in centro storico si consuma il dramma di una bambina terrorizzata che trova il coraggio di uscire dopo quattro mesi di reclusione volontaria, solo per scoprire che il mondo esterno può essere ancora più crudele delle sue paure.

L'ironia amara di tutto questo? La stessa piazza Garibaldi che dovrebbe essere il cuore pulsante della nostra comunità diventa teatro di un agguato premeditato, mentre nessuno - nessuno! - si ferma ad aiutare una ragazzina in lacrime sul marciapiede. Eppure, contemporaneamente, migliaia di cittadini si preparano a donare farmaci a sconosciuti bisognosi e centinaia correranno per raccogliere fondi per l'ospedale pediatrico Meyer. Come se esistesse una geografia della compassione dove la solidarietà funziona solo a distanza di sicurezza, preferibilmente mediata da iniziative organizzate che non richiedano il coraggio dell'intervento diretto.

Forse il problema è proprio questo: abbiamo imparato a essere generosi per procura. Doniamo volentieri quando c'è un'associazione che organizza, una piattaforma che media, un evento che ci assolve dal peso della scelta individuale. Ma quando si tratta di fermarsi davanti a un'ingiustizia in corso, di sporcarsi le mani con la realtà immediata e scomoda, allora preferiamo guardare altrove, come quegli adulti che sabato sera hanno attraversato la piazza fingendo di non vedere.

Anche il mondo dello sport, che pure si mobilita per cause nobili attraverso iniziative come #RunforMeyer, sembra vivere questa doppia dimensione: solidale nelle coreografie organizzate, ma spesso distratto rispetto alle emergenze educative che si consumano quotidianamente nelle nostre strade, dove tre ragazzine possono terrorizzare una coetanea per mesi senza che nessuno se ne accorga davvero.

La vera notizia di ieri non è tanto l'ennesimo episodio di bullismo adolescenziale - fenomeno purtroppo universale - quanto la certificazione di una comunità che ha smarrito la capacità di riconoscere i segnali di pericolo quando non arrivano attraverso i canali istituzionali. Una città dove si può organizzare una perfetta macchina della solidarietà farmaceutica, ma dove una bambina può restare prigioniera in casa per quattro mesi senza che nessuno nel vicinato, nella scuola, negli spazi di aggregazione, se ne renda conto o decida di agire.

Forse dovremmo imparare dai piccoli eventi quotidiani che animano il nostro territorio: dalla riflessione geopolitica alle tradizioni carnevalesche, tutto ci ricorda che la vera ricchezza di una comunità sta nella capacità di tenere insieme dimensioni diverse dell'esistenza. Ma questa capacità si misura anche - e soprattutto - nei momenti in cui non c'è un'organizzazione a guidarci, quando siamo chiamati a scegliere da soli, in tempo reale, da che parte stare.

Carpi può ancora decidere che tipo di città vuole essere: una comunità che sa essere solidale solo quando è comodo e organizzato, oppure un luogo dove la compassione quotidiana precede e alimenta quella istituzionale. La risposta, temo, la daremo non nelle prossime raccolte benefiche, ma nel prossimo momento in cui ci troveremo davanti a una ragazzina che piange da sola su un marciapiede.



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Assistente Ombra

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