I Custodi del Lambrusco e le tre vie d'uscita dalla crisi


I Custodi del Lambrusco e le tre vie d'uscita dalla crisi

Ultima puntata. La scissione dal Consorzio, il paradosso del vino più venduto e meno stimato d’Italia, e le strade possibili per un rilancio. Dalla Motor Valley all’UNESCO, il Lambrusco cerca un futuro all’altezza della sua storia millenaria.

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I Custodi e la frattura

La nascita dell’associazione “I Custodi del Lambrusco” nel marzo 2025, con 26 produttori usciti o mai entrati nel Consorzio, è stata definita dai suoi fondatori una “rivoluzione gentile”. Ma il direttore del Consorzio Giacomo Savorini non ha nascosto il rammarico, arrivando a evocare la possibilità di un ricorso legale per l’utilizzo del nome “Lambrusco” nell’associazione, un precedente che ricorda la battaglia tra il Consorzio Valpolicella e le Famiglie dell’Amarone.

Al di là delle questioni legali, la scissione mette in luce un conflitto strutturale: da una parte le grandi cantine cooperative, che rappresentano la massa della produzione e sono presenti nel Consorzio con migliaia di conferitori indiretti; dall’altra i produttori artigianali, che controllano l’intera filiera dalla vigna alla bottiglia e rivendicano il diritto di raccontare il Lambrusco in modo diverso, contemporaneo, internazionale, orientato alla qualità estrema.

“Non si tratta solo di tutela, ma di affermazione: il Lambrusco è storia, cultura e identità di un territorio, e merita di essere custodito e riconosciuto per ciò che è realmente.”Fabio Altariva, presidente dei Custodi del Lambrusco

Tra i Custodi figurano nomi storici della qualità lambrustica come Venturini Baldini, Cantina della Volta (dove Christian Bellei spumantizzò il Lambrusco in metodo classico già nel 1979), Tenute Agricole Cleto Chiarli, la più antica azienda vinicola dell’Emilia, e molti altri. Il loro manifesto parla di “superare i cliché”, di un vino che ha “una grande capacità di resistere all’ossidazione e una camaleontica capacità di espressione”, come ha sottolineato Matteo Pessina, fondatore dell’Osservatorio del Lambrusco.

Il punto è che questa “idea contemporanea” del Lambrusco, secco, territoriale, artigianale, anche in metodo classico, esiste già e produce vini eccellenti. Il problema è che resta confinata in una nicchia, mentre il grosso della produzione e della percezione pubblica è ancora dominato dal modello cooperativo orientato ai volumi e alla GDO.

Il paradosso del vino più venduto e meno stimato

C’è qualcosa di profondamente paradossale nella condizione del Lambrusco. È il secondo vino più venduto nella grande distribuzione italiana. È tra i vini italiani più esportati al mondo. Le sue radici storiche sono millenarie: Virgilio citava la vitis labrusca duemila anni fa, Catone e Plinio ne scrissero. Giosuè Carducci lo glorificava nelle sue lettere. Giuseppe Verdi lo beveva. Il territorio di produzione tra Modena, Reggio Emilia, Parma e Mantova è uno dei cuori pulsanti della gastronomia mondiale.

Eppure, per una larga fetta del pubblico enologico, il Lambrusco resta un vino “facile”, più simile a una bibita gassata che a un prodotto da degustazione. Un pregiudizio che, come ha osservato qualcuno, è difficile da scrollarsi di dosso dopo decenni in cui l’immagine predominante era quella del vino dolciastro e ipergassato venduto a meno di 3 euro.

Il modello delle cantine sociali ha una responsabilità precisa in questa situazione. Nate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per dare forza contrattuale ai piccoli viticoltori, le cooperative hanno avuto il merito storico di trasformare un prodotto contadino in un’industria. Ma la logica cooperativa, per sua natura, tende a premiare la quantità conferita piuttosto che la qualità del prodotto finito. Quando il mercato chiedeva volumi negli anni Settanta per l’America, poi per il Brasile, la Russia, la grande distribuzione europea le cantine erano strutturate per rispondere. Quando il mercato ha iniziato a chiedere qualità, narrazione, identità, il sistema non ha saputo adeguarsi con la stessa rapidità.

Le tre vie d’uscita

La crisi della Cantina di Carpi arriva in un momento particolarmente delicato per il settore. I dazi imposti dagli Stati Uniti minacciano l’export. I consumi di vino in Italia sono in calo strutturale: nel 2025, la GDO ha venduto 737 milioni di litri di vino, 20 milioni in meno dell’anno precedente. Il Lambrusco perde il 7,2% a volume. In un mercato che si contrae, il vino che compete solo sul prezzo è il primo a soffrire.

Le strade possibili sono almeno tre, e non necessariamente alternative.

1. Ridurre la produzione e alzare il prezzo medio

È la proposta che sei cantine cooperative avevano già formulato nel 2016, impegnandosi a stoccare fino al 10% della produzione e a valutare il passaggio dell’intera filiera a DOP. L’idea ha una logica economica elementare di meno offerta, più valore, ma si scontra con la struttura stessa del modello cooperativo, dove i soci hanno bisogno di conferire tutta la loro uva e ricevere un pagamento annuale.

2. Ricomporre la frattura e costruire un brand unitario

Il Prosecco insegna che un sistema vitivinicolo vince quando parla con una voce sola. La scissione dei Custodi, per quanto motivata da ragioni comprensibili, rischia di indebolire ulteriormente un marchio già fragile. La sfida sarebbe costruire un brand “Lambrusco” che contenga al suo interno tanto il prodotto accessibile della GDO quanto le eccellenze artigianali, con una piramide qualitativa chiara e una narrazione coordinata. Ma questo richiede una governance che finora è mancata.

3. Puntare sull’enoturismo e sul legame col territorio

L’Emilia è già una delle mete gastronomiche più celebri al mondo. Il Parmigiano, il Prosciutto, l’Aceto Balsamico, la pasta fresca, le auto di lusso di Modena e della Motor Valley: il contesto narrativo per una valorizzazione del Lambrusco esiste ed è formidabile. Quello che manca è la capacità di integrare il vino in questo racconto, come il Prosecco ha fatto con le sue colline UNESCO. Non è un caso che i Custodi del Lambrusco abbiano scelto il Museo Stanguellini, tempio delle auto d’epoca modenesi, per la loro presentazione: il messaggio è che il Lambrusco deve entrare nello stesso immaginario delle eccellenze emiliane.

Il Lambrusco che verrà

Mentre scriviamo, i soci della Cantina di Carpi hanno sei mesi per valutare la proposta di ristrutturazione del debito. Molti di loro sono piccoli agricoltori per cui il mancato incasso dei conferimenti mette in discussione la sopravvivenza dell’azienda familiare. È una crisi umana prima ancora che finanziaria.

Ma la crisi della Cantina di Carpi è anche, potenzialmente, un punto di svolta. Il Lambrusco si trova a un bivio che altre denominazioni hanno già affrontato: restare un vino di massa a basso costo, progressivamente eroso dalla concorrenza e dal calo dei consumi, oppure intraprendere la strada della valorizzazione, accettando di produrre meno ma meglio, investendo in narrazione e in identità.

Il talento non manca. Il Sorbara in purezza, chiaro, brillante, quasi trasparente, elegante e acidulo, è un vino che non ha nulla da invidiare ai migliori spumanti del mondo. Il Grasparossa di Castelvetro offre complessità aromatiche sorprendenti. Il metodo ancestrale regala bollicine vive, naturali, non forzate. Il metodo classico, sperimentato ormai da quasi mezzo secolo, produce risultati che stupiscono anche i degustatori più scettici.

Quello che manca è un progetto di sistema: un Consorzio che non perda pezzi, una cooperazione che non schiacci il prezzo, una promozione che non racconti il Lambrusco come il cugino povero del Prosecco ma come un vino con duemila anni di storia, un territorio straordinario e una versatilità unica nel panorama enologico italiano.

La bolla rossa si sta sgonfiando. Ma forse, prima di riempirsi di nuovo, ha bisogno di capire cosa vuole essere da grande.

← Leggi dall’inizio: Cantina di Carpi, anatomia di un crac cooperativo (1/4)



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