Nel laborioso mondo della sanità carpigiana, dove ogni innovazione può significare la differenza tra un'operazione rischiosa e un ritorno a casa in giornata, l'
Ospedale Ramazzini si conferma ancora una volta all'avanguardia. Stavolta il merito va all'équipe di
Endocrinologia, guidata dal professor
Giampaolo Papi, che ha eseguito un intervento tanto delicato quanto rivoluzionario su un paziente di 85 anni.
L'intervento che cambia le regole
La storia inizia con un signore che aveva già subito numerosi interventi chirurgici al collo per un tumore maligno della tiroide. A 85 anni, con una metastasi comparsa in un linfonodo, la prospettiva di un nuovo intervento tradizionale appariva quanto mai rischiosa. È qui che entra in scena la
termoablazione con radiofrequenza, una tecnica che suona futuristica ma che al Ramazzini è ormai realtà consolidata. "
Bruciare il tumore senza toccare il bisturi" – così si potrebbe riassumere questa procedura mini-invasiva che, sotto guida ecografica e in anestesia locale, ha permesso al paziente di tornare a casa poche ore dopo l'intervento, senza cicatrici e in ottime condizioni.
Un'équipe da record
L'intervento è stato condotto dal
professor Giampaolo Papi, direttore dell'Unità Operativa di Endocrinologia dell'AUSL di Modena, affiancato dalle dottoresse
Martina Cicia,
Francesca Piccinini e
Cristina Cito, e dalle infermiere
Viviane Ardente e
Giulia Portente. Un team che, come spiega lo stesso Papi, ha fatto del Ramazzini "uno dei pochi Centri in Italia a disporre di tutte e tre le tecniche di termoablazione attualmente disponibili:
Radiofrequenza, Microonde ed Echolaser". Dal 2019, quando hanno iniziato queste procedure innovative, sono stati trattati
320 pazienti con noduli della tiroide, numeri che collocano Carpi tra i centri italiani a maggior volume per questo tipo di interventi.
La tecnica che fa la differenza
Come spiega la dottoressa
Martina Cicia, il segreto sta nella precisione millimetrica: "Il linfonodo sede del tumore è stato raggiunto con un ago di piccolo diametro collegato a un generatore elettrico. Dopo aver allontanato il linfonodo dalle strutture circostanti – arteria carotide, vena giugulare e muscoli – con la tecnica di
idrodissezione, lo abbiamo trattato con la somministrazione di calore". Le alte temperature generate all'interno del tumore "uccidono" letteralmente le cellule maligne senza danneggiare vasi e nervi circostanti, una precisione chirurgica che fino a pochi anni fa apparteneva al regno della fantascienza medica.
Carpi nel circuito dell'eccellenza
L'Endocrinologia carpigiana non naviga in solitaria: fa parte del
MITT, il gruppo italiano dei trattamenti mini-invasivi della tiroide che riunisce i centri di riferimento nazionali per queste procedure. Un riconoscimento che testimonia come la nostra città, pur nelle sue dimensioni contenute, riesca a competere con le grandi metropoli della medicina italiana. Come sottolinea la dottoressa
Francesca Piccinini, "l'accurata selezione del paziente e l'attenta pianificazione della procedura sono fondamentali per ottenere i risultati migliori". Una filosofia che trasforma ogni intervento in un lavoro sartoriale, cucito su misura per ogni singolo caso.
Il futuro è già qui
Quello che colpisce di questa storia non è solo l'aspetto tecnico – pur straordinario – ma la dimensione umana. Un ottantacinquenne che temeva di non superare un ulteriore intervento tradizionale ha potuto risolvere il suo problema tornando a casa la sera stessa. È questa la medicina del futuro che al Ramazzini è già presente: meno invasiva, più precisa, più umana. In un'epoca in cui spesso si parla di sanità in termini di tagli e difficoltà, storie come questa ci ricordano che l'eccellenza medica può nascere e crescere anche nella nostra provincia, diventando punto di riferimento per tutto il territorio nazionale.