Quando il bullismo vince sulla comunità


Quando il bullismo vince sulla comunità
Una tredicenne di Carpi sabato sera ha trovato il coraggio di uscire dopo quattro mesi di reclusione volontaria, terrorizzata dalle minacce di tre coetanee. Ma il suo tentativo di riconquistare la normalità si è trasformato in un incubo che grida vendetta al cielo, non solo per la violenza subita, ma per l'indifferenza glaciale degli adulti che hanno assistito senza muovere un dito.

La lunga estate dell'incubo

Da ottobre scorso, questa ragazzina aveva smesso di vivere la sua adolescenza. Niente uscite con le amiche, niente passeggiate in centro, niente di quella spensieratezza che dovrebbe essere sacra a tredici anni. Tre bulle, già note alle forze dell'ordine, l'avevano minacciata per "futili motivi" - come se a quell'età esistano motivi validi per terrorizzare una coetanea. La madre racconta con voce rotta: "Era da ottobre che mia figlia non usciva più con le sue amiche per paura". Quattro mesi di prigione domestica autoimposta, quattro mesi in cui una bambina ha pagato il prezzo dell'arroganza altrui.

L'agguato in piazza Garibaldi

Sabato sera, finalmente, la ragazza ha deciso di riprendersi un pezzetto della sua vita. Uscita alle 21 per una passeggiata con le amiche, alle 22.15 il telefono della madre squilla: la figlia chiama disperata. L'agguato era scattato nei pressi di piazza Garibaldi, nel cuore pulsante del nostro centro storico, dove dovremmo tutti sentirci al sicuro. Le tre "colleghe di violenza" - perché questo sono, non semplici bulle - hanno mantenuto la promessa: "se avesse messo fuori il piede di casa la sera, l'avrebbero picchiata". E così hanno fatto, davanti agli occhi sgomenti delle amiche della vittima, in una scena che fa impallidire certi film dell'orrore.

Il referto che fa male

Il pronto soccorso del Ramazzini ha certificato quello che gli occhi già vedevano: escoriazioni su viso e braccia, traumi contusivi a ginocchio, polso e caviglia. Cinque giorni di prognosi che sono solo la punta dell'iceberg di ferite che non si vedono, quelle dell'anima che impiegheranno molto più tempo a rimarginarsi.

L'indifferenza che uccide l'anima

Ma se l'aggressione fisica lascia lividi che svaniscono, c'è qualcosa di ancora più agghiacciante in questa storia: l'indifferenza degli adulti. In pieno centro storico, con gente che passeggiava tranquilla, nessuno si è fermato ad aiutare una bambina in lacrime sul marciapiede. "Nessuno, nonostante mia figlia fosse in lacrime spaventatissima sul marciapiede, si è fermato a chiederle se aveva bisogno", denuncia la madre con un'amarezza che taglia l'aria come un rasoio. Questa non è solo cronaca nera, è il termometro di una società che sta smarrendo la bussola morale. Quando una comunità non riesce più a riconoscere il grido d'aiuto di un bambino, significa che abbiamo perso qualcosa di fondamentale lungo la strada.

Ora basta

La famiglia ha finalmente deciso di denunciare. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, se non fosse che il "tardi" è costato quattro mesi di inferno a una ragazzina. Ma forse, e lo speriamo con tutto il cuore, questa denuncia potrà evitare che altre famiglie debbano passare lo stesso calvario. Carpi, la nostra Carpi, deve guardarsi allo specchio e chiedersi cosa è diventata. Una città che permette a tre bulle di terrorizzare i coetanei e agli adulti di voltare la faccia dall'altra parte non è più la comunità che vogliamo essere. La mamma ha fatto bene a sfogare la sua rabbia sui social. Forse serviva proprio questo: mettere tutti davanti alle nostre responsabilità, individuali e collettive. Perché se oggi tocca a lei piangere, domani potrebbe toccare a chiunque di noi.
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