È andato via il maestro: Carpi saluta Francesco Guccini, il poeta con la chitarra che aveva radici anche da noi


È andato via il maestro: Carpi saluta Francesco Guccini, il poeta con la chitarra che aveva radici anche da noi

Francesco Guccini è morto questa mattina, 6 agosto 2026, nella sua casa di Pàvana, piccolo borgo dell'Appennino pistoiese. Aveva 86 anni, compiuti il 14 giugno scorso. Al suo fianco, nell'ultimo momento, c'erano la moglie Raffaella e la figlia Teresa. La famiglia ha comunicato la notizia con un breve, dignitoso comunicato, chiedendo riservatezza: le esequie si terranno in forma strettamente privata, «nel rispetto delle sue volontà». Per settembre è invece prevista una cerimonia commemorativa aperta a tutti coloro che lo hanno amato, perché i tanti che lo hanno amato sono davvero tanti.

Un filo che arriva fino a Carpi

Non è una notizia lontana, questa. Guccini aveva parenti a Carpi: i cugini della famiglia Prandi, un cognome carpigiano doc, lo legavano a questa città con un vincolo di sangue che in Emilia non si dimentica facilmente. Nato a Modena il 14 giugno 1940, quattro giorni dopo l'entrata dell'Italia nel secondo conflitto mondiale, Francesco da bambino fu mandato a Pàvana dai nonni paterni quando il padre Ferruccio, rifiutato di giurare fedeltà alla RSI e ai nazisti, finì prigioniero come internato militare in un campo vicino ad Amburgo. Quel borgo appenninico, così lontano dalla pianura padana, divenne per lui la casa dell'anima. Non la lasciò mai più davvero.

Venti album e una chitarra sola sul palco

Dal 1967, anno del debutto con l'LP Folk beat n. 1, Guccini ha costruito una carriera che conta oltre venti album. Un catalogo che suona come una biblioteca: «Dio è morto», «La Locomotiva», «Auschwitz», «Radici», «Stagioni», «Via Paolo Fabbri 43», «Fra la Via Emilia e il West». Canzoni che intere generazioni hanno imparato a memoria, come si impara a memoria una preghiera laica. E lui sul palco si presentava così: solo, seduto, con la chitarra. Niente scenografie, niente effetti speciali. Solo le parole, che bastava.

I suoi testi sono stati citati come esempi di poesia contemporanea persino nelle tracce degli esami di maturità. Non male per un uomo che, fino alla metà degli anni Ottanta, insegnava anche lingua italiana ai ragazzi americani del Dickinson College, il cui campus off-site era a Bologna. Professore e cantautore insieme: forse non è un caso che le sue canzoni abbiano sempre avuto quella doppia natura, popolare e colta nello stesso respiro.

L'anarchia come afflato romantico

Definire Guccini politicamente è sempre stato un esercizio rischioso. Le sue idee erano vicine all'anarchia, ma intesa come sentimento, come ribellione morale più che come manifesto di partito. Era il cantore degli ultimi, dei ferrovieri in rivolta, dei morti nei campi di sterminio, dei giovani che cercavano un senso nel frastuono del Novecento. Il Club Tenco lo ha onorato con quattro Targhe, due Premi e un Premio speciale «Le parole della musica»: un palmarès che racconta quanto la critica più seria abbia sempre riconosciuto il suo valore, anche quando il mercato preferiva altri.

Il peso di un'assenza

Chi ha oggi sessant'anni o più si ricorda i concerti di Guccini come momenti di formazione collettiva, non semplici serate di musica. Si andava a sentirlo come si andava a una lezione che valeva la pena di non perdere. Adesso quella voce bassa, un po' ruvida, un po' complice, non c'è più. Resta la musica, restano i libri che ha scritto, resta Pàvana che lo ha visto tornare bambino e che oggi lo saluta per l'ultima volta.

A Carpi, dove i Prandi lo conoscevano da vicino, il dolore ha anche un sapore familiare. E forse è giusto così: Francesco Guccini era uno di quelli che sembravano lontani e invece erano sempre stati vicini, dentro una canzone, dentro una strofa, dentro quella via Emilia che collega tutto e non finisce mai.

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