A Carpi certe notizie andrebbero scritte sulla pietra, non sulla carta. Perché raccontano di una città che quando serve sa essere comunità, e lo fa senza troppi giri di parole: con i fatti. L'ultimo, in ordine di tempo, porta la firma di AMO, l'Associazione Malati Oncologici presieduta da Franca Pirolo, che ha appena donato all'Ausl un gastroscopio di nuova generazione destinato al servizio di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell'Ospedale Ramazzini.
L'apparecchiatura, fornita dalla ditta Fujifilm-Italia, ha un valore di 28 mila euro. Non bruscolini. Si tratta di una sonda flessibile e sottile, dotata di telecamera e luce, capace di ispezionare esofago, stomaco e duodeno con una precisione che fino a pochi anni fa era fantascienza. A metterci le mani saranno i professionisti guidati dal dottor Mauro Manno, che guida il reparto e che già a dicembre scorso aveva fatto parlare di sé per un intervento innovativo su un paziente di 83 anni.
Trent'anni e non sentirli
La donazione arriva in un anno speciale per AMO, che nel 2026 celebra il suo trentesimo compleanno. Tre decenni spesi a sostenere i malati oncologici, le loro famiglie, e a potenziare l'ospedale della città. Una ricorrenza già festeggiata con un Gran Galà che ha chiamato a raccolta la Carpi solidale, e che ora si arricchisce di un altro tassello concreto.
Perché i numeri, quando si parla di salute, contano. E quelli di AMO iniziano a essere importanti: solo lo scorso febbraio l'associazione aveva consegnato alla Pneumologia del Ramazzini un videobroncoscopio EBUS, un macchinario sofisticatissimo che consente ecografie endobronchiali e che era costato 120 mila euro. Facendo due conti, in sette mesi AMO ha riversato sull'ospedale carpigiano quasi 150 mila euro in tecnologie diagnostiche.
Una radiografia che viene dal cuore
Il meccanismo è rodato: l'associazione raccoglie fondi durante l'anno, li trasforma in apparecchiature, l'Ausl le accetta formalmente e le mette a disposizione dei cittadini. Nessuna bacchetta magica, solo volontariato duro e puro, di quello che non fa notizia ma cambia le cose. Un modello che funziona e che, in trent'anni, ha saputo creare un legame inscindibile tra il terzo settore e la sanità pubblica del territorio.
Non è retorica, è la fotografia di una Carpi che quando qualcuno sta male non aspetta che passi. Prende il telefono, organizza una cena, coinvolge i soci, bussa alle porte e alla fine deposita sul tavolo dell'ospedale un macchinario che può fare la differenza. Con la stessa naturalezza con cui si porta un piatto di tortellini a un vicino di casa.