Addio a Claudio Boni, il signore della maglia che sognava un'altra Carpi


Addio a Claudio Boni, il signore della maglia che sognava un'altra Carpi

Carpi ha perso un altro pezzo della sua storia industriale. Si è spento nei giorni scorsi, a 88 anni, Claudio Boni, per tutti "Ciccio". Un nome che agli appassionati di calcio dice ancora qualcosa, ma che per chiunque abbia vissuto il distretto della maglieria dagli anni Cinquanta in avanti significa molto di più: era stato il depositario di un saper fare famigliare, ereditato dalla madre Saffo Marchi, fondatrice del glorioso maglificio Saffo, e poi lui stesso ideatore del marchio Point, protagonista dei successi commerciali degli anni Settanta.

Una vita tra moda e pallone

Boni non era solo un industriale. Dal 1974 al 1980 fu anche presidente dell'AC Carpi, in una fase complicatissima per i biancorossi. La sua presidenza coincise con la stagione 1974-75, conclusa con l'ultimo posto in Serie C e la retrocessione in Serie D dopo 22 sconfitte, nonostante un'amichevole di lusso vinta 4-1 dall'Inter di Luisito Suarez. Un paracadute d'orgoglio in un'annata nera.

L'aneddoto che dice tutto

Della sua esperienza in società resta un aneddoto che illumina il carattere dell'uomo e, indirettamente, quello del ceto imprenditoriale dell'epoca. Durante l'ennesima crisi finanziaria del Carpi, Boni invitò a cena al ristorante del Touring Hotel una decina di colleghi imprenditori del tessile. Dopo aver illustrato la situazione, si alzò e disse: «Basterebbe che ciascuno di voi tirasse fuori un milione di lire e raddrizzeremmo la baracca». Lette le espressioni dei volti, aggiunse dopo una pausa: «Beh, facciamo mezzo milione a testa e non se ne parla più». Il silenzio che seguì gli fece capire tutto. Claudio Boni, uomo sanguigno e autoironico, aveva preso le misure della mentalità dei suoi colleghi.

La confessione dalla Romania

Da tempo Boni si era trasferito in Romania, dove aveva costruito due capannoni sulla statale che collega Craiova a Timisoara impiegando una settantina di addette che lavorano conto terzi, con livelli qualitativi certificati dai grandi brand del lusso. Una scelta che, come raccontò a Voce nel gennaio 2025, lo tormentava nonostante tutto. «Voglio bene all'Italia», disse, «ma oggi il Made in Italy non è più sinonimo esclusivo di qualità e, affidandosi a imprenditori seri e rispettosi verso le regole e i lavoratori, si può lavorare bene anche altrove».

In quella lunga intervista-confessione, Boni spiegò perché per lui la delocalizzazione era stata inevitabile. Mise sotto accusa la mancanza di cultura e visione degli imprenditori carpigiani che, anziché spostare la produzione su fasce di prodotto meno esposte alla concorrenza dei paesi emergenti, cercarono margini verso il basso. E lanciò un allarme rimasto inascoltato: il puntino, quella lavorazione artigianale di congiunzione dei lembi di maglia che nessuna macchina può sostituire, sta sparendo. «Probabilmente occorrerebbe ancora investire in corsi per puntiniste, ma al giorno d'oggi è praticamente impossibile trovare donne che aspirino a un lavoro così faticoso». A Carpi, osservava, a cucire sono rimasti solo i cinesi. «Se andassero via, non si farebbe più una sola maglia».

Un giudizio scomodo

Boni non era ottimista sul futuro della città. E, a giudicare dai dati, aveva ragione a esserlo. Il tredicesimo rapporto dell'Osservatorio del settore tessile-abbigliamento del distretto di Carpi (settembre 2022) fotografava già un comparto in costante contrazione delle imprese e dell'occupazione, con una competizione globale che continua a erodere le fasce medie di prodotto. La sua lezione postuma è spietata: l'imprenditoria carpigiana del tessile, salvo eccezioni, non ha saputo costruire una strategia di riposizionamento verso l'alto quando ce n'era il tempo. Ha cercato di competere sul costo del lavoro, condannandosi a rincorrere paesi sempre più convenienti. E oggi paga il conto.

Nonostante tutto, Boni amava il suo lavoro. «Dopo settant'anni potrei ritirarmi, ma la pensione non fa per me», diceva. Lascia la moglie, i figli e una lezione che Carpi farebbe bene a non dimenticare.

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