C'è una lapide nascosta in un bosco dell'Appennino reggiano. Su di essa un nome, Domenica Gebennini, una data, il 1870, e l'accenno a una morte violenta. Comincia così, con il passo di un camminatore e lo sguardo di chi sa leggere la pietra, l'ultimo romanzo di Massimo Zamboni: Pregate per Ea, edito da Einaudi nella collana Supercoralli. E sarà proprio questo libro il centro dell'incontro in programma a Carpi martedì 5 maggio, nell'ambito della rassegna Ne Vale La Pena, con la conduzione di Pierluigi Senatore.
Una voce dal passato che non smette di chiamare
Zamboni non è uno scrittore qualunque che ha trovato un aneddoto folkloristico da mettere in scena. È un uomo che con quella cresta d'Appennino, la Val d'Asta nel reggiano, ha un legame di sangue: la sua famiglia veniva da quei pastori di montagna che poi si spostarono verso la città. La lapide, dunque, non è un'occasione narrativa: è un richiamo, quasi un obbligo morale. E lui risponde mettendo in moto un'indagine che mescola documenti storici, atti giudiziari, leggende familiari e dicerie centenarie, tutto ciò che sopravvive nelle «valli chiuse dove la conca delle montagne trattiene le voci, le mescola e le distorce».
Il risultato è un libro che non si lascia classificare con comodità: è romanzo e archivio, ricostruzione e invenzione, canto funebre e atto di giustizia postumo. Einaudi, che non è editore che mette la testa sotto la sabbia come ricordava Norberto Bobbio, ha scelto di pubblicarlo nella sua collana di punta. Qualcosa vorrà pur dire.
Il peso di un'Italia che cambia lingua e cancella i suoi
Al cuore del libro c'è una tensione storica precisa e tutt'altro che risolta: quella tra l'ordine antico delle comunità di montagna, fondato su sangue, onore e necessità, e il nuovo Regno d'Italia con le sue leggi, i suoi tribunali, la sua lingua burocratica che pretende di correggere il dialetto dei paesani mentre di fatto li esclude e li condanna senza capirli davvero. È una storia italiana che conosciamo bene, e che il libro di Zamboni racconta senza retorica, stando dalla parte dei sommersi.
Un delitto tramandato per centocinquant'anni nella Val d'Asta, ma che nessuno conosce fino in fondo: questa è la cifra di un certo Sud e di un certo Nord del nostro paese, dove «il non detto governa più dell'indicibile». Non serve andare lontano per trovare storie sepolte sotto il silenzio di chi sa ma non parla, o non può parlare la lingua giusta per farsi ascoltare.
Il chitarrista che scrive, lo scrittore che suona
Chi è Massimo Zamboni per chi non lo frequenta da anni? Nato a Reggio Emilia il 27 gennaio 1957, chitarrista e compositore principale dei CCCP Fedeli alla Linea, il gruppo punk rock italiano che negli anni Ottanta portò nei capannoni delle feste dell'Unità un'energia che il rock italiano non aveva mai conosciuto, e poi dei CSI, la creatura successiva che con Giovanni Lindo Ferretti esplorò territori più oscuri e spirituali. È considerato uno dei padri del punk rock e del rock alternativo italiano, citato come riferimento da band come i Subsonica e ammirato da Franco Battiato in persona.
Da solista e da scrittore, Zamboni non ha smesso di camminare. Per Einaudi ha già pubblicato L'eco di uno sparo (2015), Nessuna voce dentro (2017) e La trionferà (2021). Pregate per Ea è il suo quarto libro per lo stesso editore, e lo conferma come una delle voci più originali della cultura italiana di questi anni: uno che sa stare nel rumore e nel silenzio con la stessa competenza.
Perché vale la pena andare
Carpi ospita questo incontro nella cornice della rassegna Ne Vale La Pena, e il titolo della rassegna è, in questo caso, quasi una risposta preventiva a chi potrebbe chiedersi se valga il disturbo di una serata di maggio. Vale la pena, sì. Non tutti i giorni capita di sentire parlare di storia, memoria, identità e radici da qualcuno che non si accontenta della nostalgia e non trasforma il passato in cartolina.
Zamboni porta con sé una storia di montagna dimenticata, ma anche una domanda che riguarda tutti noi: chi scrive la storia di chi non ha la lingua per scriverla? Chi fa giustizia a chi non aveva accesso ai tribunali della parola? In un paese dove la memoria corta è diventata quasi una virtù civica, questo romanzo funziona come un piccolo atto di resistenza narrativa. E martedì sera, a Carpi, ce lo racconterà di persona.