C'è qualcosa di profondamente carpigiano, di testardo e roccioso, nella storia che si è scritta martedì sera sul prato del Cabassi. Non è solo il passaggio del turno in Coppa Italia di Serie C, strappato ai rigori contro la Pro Vercelli. È il fatto che a scendere in campo, con la stessa maglia che fu di suo nonno e di suo padre, ci fosse Iacopo Viti. Terza generazione. Stesso cognome, stesso reparto, stessi colori.
La staffetta parte da lontano, quasi sessant'anni fa. Il capostipite è Roberto Viti, difensore di sostanza che tra il 1968/69 e il 1969/70 colleziona 15 presenze con il Carpi. Roba d'altri tempi: palloni di cuoio, marcature a uomo, il Cabassi che sapeva di terra battuta e passione operaia. Poi, nella stagione 1985/86, tocca a Fabio Viti, anche lui difensore, 12 gettoni in biancorosso. E adesso, a settembre 2026, ecco Iacopo. Se il calcio fosse genetica, i Viti sarebbero un cromosoma a sé.
Una dinastia nata per difendere
Tre difensori su tre generazioni. Non un centravanti, non un'ala, non un fantasista: tutti lì, nell'arte oscura e meravigliosa di proteggere la propria porta. Verrebbe da dire che in casa Viti il gol lo si tramanda per sentito dire, e invece questa è una storia d'amore per la fase più nobile e ingrata del calcio, quella in cui si sporcano i calzoncini e si prende poco applauso. Almeno fino a quando non diventi leggenda di famiglia.
Le cifre, recuperate dal libro \"La grande storia del Carpi\", raccontano di un filo sottile ma tenace: 15 presenze per nonno Roberto, 12 per papà Fabio. Numeri che non faranno tremare gli almanacchi nazionali ma che pesano come macigni nella memoria di chi, al Cabassi, ci va da una vita. Perché il calcio di provincia è fatto così: non di primedonne, ma di radici.
Dalla Pro Vercelli ai sogni di un ragazzo
L'esordio di Iacopo non è arrivato per caso o per passerella. È maturato in una partita vera, di quelle che contano, con la pressione dei rigori e il fiato sul collo di un avversario storico come la Pro Vercelli. E il Carpi ha vinto, portando a casa la qualificazione. Se esiste un modo migliore per bagnare il debutto, non lo conosciamo.
Adesso la curiosità è tutta per questo ragazzo che porta sulle spalle un cognome importante e la benedizione, o la condanna, dipende dai punti di vista, di chi lo ha preceduto. Iacopo Viti non dovrà essere Roberto né Fabio: gli basterà essere se stesso. Ma intanto, quel pomeriggio di inizio settembre 2026, ha già scritto una pagina che mancava. E il 1968 può finalmente incontrare il presente.
Tre generazioni, gli stessi colori. Non è retorica: è il Carpi nella sua forma più pura.