C'è un indirizzo, a Carpi, che compare in fondo al sito italiano di uno dei marchi sportivi più riconoscibili al mondo: via dell'Agricoltura. È lì che ha sede legale Orbico Sportstyle srl, la società che opera nel commercio di abbigliamento, calzature e accessori a marchio Champion e Dockers. Ed è da lì che arriva la notizia che nessuno, alla vigilia di novembre, avrebbe voluto leggere: l'avvio della procedura di licenziamento collettivo, con una cinquantina di posti di lavoro a rischio.
Numeri che pesano più delle parole
Lo stabilimento carpigiano occupa oltre 230 addetti. La maggior parte delle posizioni in bilico riguarda impiegati, prevalentemente donne: uffici, scrivanie, competenze costruite in anni di lavoro. La società, interamente posseduta da un'altra realtà con sede a Zagabria, motiva l'eccedenza con la riduzione significativa dei volumi di attività e della redditività, riconducibile a fattori macroeconomici, all'evoluzione del contesto competitivo, al progressivo indebolimento delle attività relative al marchio Champion e alla trasformazione del modello di attività dopo il cambio di proprietà del marchio avvenuto nel novembre 2024.
I conti raccontano una parabola discendente senza bisogno di aggettivi: ricavi consolidati di gruppo scesi da 509 milioni nel 2022 a 363 milioni nel 2025, con una previsione di circa 335 milioni per l'anno in corso. Tre anni, quasi il 30 per cento dei ricavi in meno.
Un marchio globale, una sede carpigiana
Vale la pena ricordare che Champion non è un'insegna qualsiasi per questo territorio: il sito ufficiale italiano del brand riporta ancora oggi, in calce, proprio l'indirizzo di via dell'Agricoltura 51 a Carpi. La vendita del marchio, finita sui giornali di settore nell'aprile 2024 con una valutazione attorno al miliardo di dollari, ha spostato il baricentro altrove. Le conseguenze, come spesso accade, si leggono in provincia.
Il sindacato: «Sono state esplorate alternative?»
A farsi sentire è il sindacato Snalv Confsal, che per bocca del funzionario Beppino Nosella contesta anzitutto l'esclusione della sigla da un'assemblea sindacale unitaria ed esprime «forte preoccupazione per la procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 232 dipendenti, prevalentemente impiegati negli uffici aziendali». Le fonti non chiariscono come i 232 dipendenti citati dal sindacato si rapportino alla cinquantina di posti a rischio.
Le domande riguardano le alternative: perché non ricorrere agli ammortizzatori sociali? «Perché non valutare una riduzione volontaria e temporanea dell'orario di lavoro?», chiede il sindacato, che ritiene «necessario esaminare soluzioni condivise, come la riduzione volontaria dell'orario, accordi di solidarietà e una diversa distribuzione temporanea del lavoro». E soprattutto: si tratta solo della «conseguenza della contrazione delle vendite oppure si inserisce in una strategia di riorganizzazione aziendale più ampia»?
Il giudizio
I ricavi di gruppo riportati raccontano un calo di 146 milioni in tre anni: una frenata vera, non un capriccio contabile. Ma una cosa è constatare la crisi, un'altra è stabilire che la strada passi per una cinquantina di uscite. La domanda dello Snalv Confsal resta sul tavolo e merita una risposta: prima di licenziare, gli strumenti alternativi sono stati davvero esplorati? Qui si gioca la differenza tra una ristrutturazione e una ritirata.