C'è una tegliera d'argento con incisioni arabe esposta alle Gallerie Estensi di Modena. Per la maggior parte dei visitatori è un reperto prezioso, storico, distante. Per alcuni ragazzi dell'IIS Antonio Meucci di Carpi è stato qualcosa di più: uno specchio. Un oggetto che parlava la loro lingua, che veniva da casa loro, che li guardava da dentro una teca come a dire: anche tu appartieni a qualcosa di antico e degno di essere esposto in un museo. È in questo tipo di momenti che si capisce cosa voglia dire davvero insegnare l'italiano a chi arriva da lontano.
Una storia lunga, nata dall'emergenza
Quando i primi studenti stranieri cominciarono ad affollare le aule delle scuole italiane, l'insegnamento dell'italiano come seconda lingua (L2) era lasciato alla buona volontà dei docenti più sensibili, spesso senza una preparazione glottodidattica specifica. Anche al Meucci si procedeva per tentativi, con quella che potremmo chiamare una «curiosità educativa»: si cercava di trasmettere la lingua senza fare dell'errore un'arma di esclusione. Col tempo, però, il fenomeno migratorio ha smesso di essere un'emergenza episodica e ha assunto i caratteri di una realtà strutturale. La scuola si è dovuta attrezzare.
Fondamentale, in questo percorso, è stata la rete costruita con il Comune di Carpi, il Centro Unico delle Scuole e il CPIA (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti), la cui sede carpigiana è attiva in via Nuova Ponente e offre corsi di italiano L2 su più livelli, dall'alfabetizzazione di base fino al B2. Una collaborazione che ha permesso di trasformare interventi occasionali in percorsi strutturati, affidati a docenti formati con metodologie capaci di valorizzare il plurilinguismo e le competenze già acquisite dagli studenti nei loro Paesi d'origine.
Il progetto: coordinare Rosa Platania ed Enza Cubelli
Oggi al cuore di questa esperienza ci sono due docenti: Rosa Platania ed Enza Cubelli, che coordinano un progetto rivolto agli studenti stranieri del triennio, neoarrivati o con fragilità linguistiche significative. I laboratori extracurricolari non si limitano alla grammatica: si simulano colloqui di lavoro, si compila il curriculum vitae, si esplora il lessico disciplinare, si lavora su quella che l'Unione Europea definisce «competenza alfabetica funzionale», la prima delle otto competenze chiave per l'apprendimento permanente. Non si insegna solo l'italiano, insomma. Si costruiscono strumenti per vivere.
Perché i ragazzi che siedono in queste classi non sono un'unica categoria omogenea. Ci sono i minori ricongiunti alle famiglie dopo anni di separazione, i giovani nati in Italia ma cresciuti tra codici culturali differenti, gli adolescenti che si sentono perennemente «tra» due mondi. Come ricordano gli studiosi Duccio Demetrio e Graziella Favaro, il vissuto migratorio implica una continua ridefinizione delle appartenenze: si costruisce un'identità «a mosaico», sospesa tra lingua madre e italiano, tra aspettative familiari e richieste scolastiche.
Le fatiche quotidiane che la scuola non può ignorare
A tutto questo si aggiungono le difficoltà materiali. Molti ragazzi vivono in contesti abitativi precari, condivisi con altri lavoratori. I figli più grandi diventano spesso interpreti burocratici dei genitori, o si occupano dei fratelli minori, assumendo responsabilità adulte molto prima del tempo. In questo scenario, la barriera linguistica è uno dei principali fattori di rischio per la dispersione scolastica, soprattutto nella scuola secondaria superiore, dove i linguaggi disciplinari si fanno astratti e specialistici. La difficoltà di comprendere un testo genera frustrazione, senso di inadeguatezza, autoisolamento. E spesso le famiglie, prive degli strumenti culturali o linguistici adeguati, non riescono a sostenere il percorso scolastico dei figli: lo studio rischia di apparire meno urgente dell'ingresso precoce nel mondo del lavoro.
C'è poi il problema degli studenti che arrivano a metà anno scolastico, quando le classi sono già formate e spesso sovraffollate, e quello del mancato riconoscimento dei titoli di studio stranieri, che può costringere adolescenti già grandi a ricominciare da percorsi inadeguati alla loro età e alle loro competenze reali.
Quando la lingua si impara vivendo il territorio
Ed è proprio per rispondere a tutto questo che il Meucci ha costruito un sistema di corsi L2 flessibili e modulari, che sfociano in uscite didattiche preparate con cura dentro le aule, attraverso schede guida e diari di bordo che gli studenti compilano dopo ogni esperienza.
La prima tappa è stata alle Gallerie Estensi di Modena, con un percorso dedicato agli incontri tra culture diverse. Lì, davanti a quella tegliera d'argento con incisioni arabe, alcuni ragazzi hanno vissuto un autentico momento di riconoscimento identitario. Attraverso schede guidate hanno poi imparato ad analizzare opere d'arte: formato, uso della luce, personaggi rappresentati, messaggio, impressioni personali. La visita si è prolungata al Museo della Figurina Panini, dove la figurina è diventata un pretesto per raccontare storie e personaggi con il lessico appena acquisito.
La seconda esperienza alle Gallerie Estensi, chiamata «Un'opera in 1000 parole», ha puntato sul gioco: riconoscimenti visivi, cruciverba artistici, percorsi di osservazione. Poi è stato il turno del Planetario di Modena, dove la volta stellata ha offerto un ponte inaspettato tra apprendimento linguistico e scientifico. Scoprire che popoli diversi hanno dato nomi diversi alle stesse costellazioni è stata, per molti ragazzi, una piccola rivelazione: il cielo che conoscevano da bambini e il cielo che imparavano a descrivere in italiano erano, in fondo, lo stesso cielo.
Il percorso si è concluso con la visita al Palazzo Ducale di Mantova, residenza storica dei Gonzaga, dove gli studenti hanno esplorato la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, la Sala di Troia affrescata da Giulio Romano, la Galleria delle Metamorfosi e altri ambienti monumentali. Al termine, ciascuno ha prodotto un testo descrittivo con il lessico specifico costruito lungo tutto il percorso.
Una lezione per il sistema, non solo per gli studenti
L'esperienza del Meucci dimostra che l'italiano L2 non è una materia di recupero, né un ripiego. È uno strumento di cittadinanza, di integrazione, di prevenzione della dispersione scolastica. Ma dimostra anche quanto il sistema scolastico italiano fatichi ancora ad adattarsi: classi sovraffollate, risorse insufficienti, programmi standardizzati che non lasciano spazio ai tempi necessari dell'inclusione linguistica.
Nonostante questo, la scuola di Carpi prova a superare i confini dell'aula e della grammatica tradizionale. Quando uno studente analizza la Sala di Troia, gioca con un cruciverba artistico alle Gallerie Estensi o scopre che il cielo della sua infanzia e quello che studia in italiano sono la stessa cosa, non sta soltanto imparando una lingua. Sta costruendo un ponte tra il proprio passato e il futuro nel Paese in cui ha scelto, o è stato scelto dal destino, di vivere.