Come il Lambrusco diventò la "Coca-Cola italiana": storia di un'identità tradita


Come il Lambrusco diventò la "Coca-Cola italiana": storia di un'identità tradita

Secondo di quattro articoli sulla crisi del modello Lambrusco. Come il boom americano degli anni Settanta ha compromesso per decenni l’immagine del vino più venduto d’Italia.

Prima parte qui

Nella prima metà del Novecento il Lambrusco era un vino decisamente secco, con la rifermentazione naturale in bottiglia. Un prodotto contadino, onesto, profondamente radicato nel territorio emiliano. Poi arrivò il metodo Charmat, e con esso la possibilità di produrre su scala industriale. Fu l’inizio di un successo commerciale senza precedenti. E della più lunga crisi d’immagine nella storia del vino italiano.

La rivoluzione americana

Con l’introduzione del metodo Charmat, che permetteva la spumantizzazione su scala industriale, le grandi cantine sociali emiliane iniziarono a produrre volumi enormi di Lambrusco destinato all’esportazione. Il mercato principale erano gli Stati Uniti, dove il vino frizzante emiliano arrivò a rappresentare circa la metà di tutto il vino italiano importato.

Fu un successo commerciale clamoroso. E fu, allo stesso tempo, la condanna reputazionale del Lambrusco per i decenni a venire. Per conquistare il palato americano — non ancora educato al vino secco — le cantine produssero versioni sempre più dolci e gassate, lontanissime dal Lambrusco originario. L’appellativo di “Red Cola” o “Coca-Cola italiana” non fu un insulto dei detrattori: fu lo slogan di marketing con cui il prodotto venne promosso oltreoceano.

La riuscitissima operazione di marketing fece diventare molto ricchi i produttori emiliani ma provocò la morte del Lambrusco artigianale: il vino dei contadini venne sostituito da una bevanda industriale pensata per un mercato che non ne conosceva l’anima.

Il cortocircuito della qualità

Negli anni Novanta si tentò un’inversione di rotta, abbandonando la logica puramente quantitativa e cercando di tornare a un prodotto più secco e territoriale. Ma il danno d’immagine era fatto. E, aspetto cruciale, i Lambruschi migliori, quelli prodotti dai piccoli viticoltori con metodo ancestrale o addirittura con metodo classico, non raggiunsero mai i mercati internazionali in volumi significativi. All’estero continuarono a circolare le versioni economiche, non DOC, di qualità mediocre. Il cortocircuito era perfetto: il prodotto migliore restava invisibile, quello peggiore definiva l’immagine del marchio.

Cronologia di una crisi d’identità

1860 — Cleto Chiarli fonda a Modena la prima azienda a imbottigliare e commercializzare il Lambrusco, fino ad allora prodotto solo per autoconsumo.

1950 — Nove cantine sociali reggiane si uniscono nelle Cantine Cooperative Riunite. Nasce il modello cooperativo che dominerà la produzione per settant’anni.

Anni ’60-’70 — Il metodo Charmat permette la produzione industriale. Boom delle esportazioni negli USA: il Lambrusco diventa il vino italiano più importato in America.

1970 — Sorbara, Salamino di Santa Croce e Grasparossa di Castelvetro ottengono la Denominazione di Origine Protetta. Un passo formale che non basta a invertire la percezione di prodotto di massa.

Anni ’80-’90 — Crisi di mercato: la concorrenza estera e l’eccessiva standardizzazione deprimono i prezzi. Si tenta il ritorno alla qualità, ma la reputazione è compromessa.

2009 — Anche il Lambrusco di Modena ottiene la DOP. Nello stesso anno nasce il Consorzio di Tutela del Prosecco DOC, che inizia la scalata globale del rivale veneto.

2016 — Sei grandi cantine cooperative firmano un documento d’intenti per ridurre la produzione e alzare la qualità. Le parole chiave sono “stoccare” e “declassare” — il vocabolario di chi ha troppo prodotto e troppo poca domanda.

2021 — Nasce il Consorzio Tutela Lambrusco dalla fusione di tre consorzi. L’unificazione arriva con decenni di ritardo rispetto al Prosecco.

Marzo 2025 — Ventisei produttori artigianali fondano “I Custodi del Lambrusco”, uscendo dal Consorzio. La spaccatura tra mondo cooperativo e piccoli produttori diventa ufficiale.

Marzo 2026 — La Cantina di Carpi, Sorbara e Bazzano attiva le misure protettive per un debito di 12,8 milioni di euro. Centinaia di famiglie di viticoltori rischiano la sopravvivenza.

Questa cronologia racconta mezzo secolo di occasioni mancate. Ma il confronto più impietoso è quello con un altro vino frizzante italiano che, partendo da condizioni simili, ha preso la strada opposta.

Continua: Lambrusco contro Prosecco: la partita persa del marketing



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