Modena, la verità a metà. Da Carpi, a ventidue chilometri di distanza, proviamo a guardare i fatti senza scegliere una curva politica


Modena, la verità a metà. Da Carpi, a ventidue chilometri di distanza, proviamo a guardare i fatti senza scegliere una curva politica

Una turista tedesca di sessantanove anni che imparerà a camminare con due protesi. Una signora italiana di cinquantacinque anni ancora ricoverata in rianimazione all'Ospedale Maggiore di Bologna, insieme al marito coetaneo, in lieve miglioramento ma con prognosi riservata. Una turista polacca di cinquantatré anni operata più volte a Baggiovara. Lo chef modenese Ermanno Muccini, cinquantanove anni, trauma cranio-facciale e trenta giorni di prognosi. Otto feriti in tutto, cinque ancora ricoverati. Questo è il bilancio reale del pomeriggio di sabato 16 maggio, quando Salim El Koudri, trentun anni, ha lanciato la sua Citroën C3 sulla folla in via Emilia Centro a Modena.

Il pomeriggio dopo, la cronaca era già diventata cornice. E al centro del quadro c'era solo l'ideologia.

Due narrazioni, una stessa cecità

A ventidue chilometri da Modena, Carpi guarda quei marciapiedi con il riconoscimento amaro di chi sa che la via Emilia è una sola, e che il dibattito esploso sui social e nei talk show ci riguarda da vicino. Vale la pena fermarsi, prima di scegliere la curva politica preferita.

La sinistra ha letto il caso come un problema di salute mentale. El Koudri era in cura al CSM di Castelfranco Emilia per un disturbo schizoide della personalità, con le cure interrotte nel 2024 e due anni da "fantasma" del sistema territoriale. Lo ha detto chiaramente la prefetta Fabrizia Triolo: "se ne erano perdute le tracce". Elly Schlein è arrivata a Modena con il presidente del PD Stefano Bonaccini e il governatore dell'Emilia-Romagna Michele De Pascale, rilanciando la richiesta di assumere dodicimila psicologi e di finanziare il piano nazionale per la salute mentale. Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti ha detto con onestà rara che occorre investire nei servizi territoriali "perché il disagio non si trasformi in disperazione e poi in aggressione".

La destra ha letto la stessa vicenda come fallimento dell'integrazione. Matteo Salvini ha ricordato che El Koudri aveva scritto "bastardi cristiani" all'università e ha rilanciato la proposta di revocare cittadinanza e permesso di soggiorno per chi commette reati gravi. Roberto Vannacci ha risposto con la parola remigrazione. Ma Antonio Tajani, dalla stessa maggioranza, ha frenato con un fatto secco: "El Koudri è italiano, nato a Seriate, cittadino dello Stato". Tre voci, tre dottrine politiche, una sola fotografia: una donna a terra, senza più gambe.

Hanno ragione entrambi gli schieramenti. E proprio per questo, in un senso più profondo, hanno torto entrambi.

Il punto che nessuno vuole nominare

C'è un dettaglio scomodo che nessuna delle due narrazioni incorpora davvero. Le mail spedite all'Università di Modena nel 2021, con formule come "Bastardi cristiani, voi e il vostro Gesù Cristo in croce. Lo brucio", e i post con invocazioni religiose circolanti in queste ore. C'è poi la frase pronunciata davanti ai magistrati: "andavo più forte che potevo". E il legale di El Koudri, l'avvocato Fausto Gianelli, ha riferito che il suo assistito parlava di sentire "le voci del diavolo", chiedendo al tempo stesso che venga disposta una visita psichiatrica.

La gip Donatella Pianezzi, nell'ordinanza con cui ha convalidato l'arresto, ha scritto che "al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto sabato pomeriggio sia una conseguenza della patologia" e ha confermato la custodia in carcere con l'accusa di strage aggravata dalle lesioni gravissime. La Procura ha escluso, per ora, l'aggravante del terrorismo.

Patologia psichiatrica e immaginario religioso non si escludono: si nutrono a vicenda. Il disagio mentale sceglie l'arredamento simbolico che trova in casa. In una mente che si rompe, la cornice cattolica produce visioni mariane e flagellazioni, quella jihadista produce ossessioni di apostasia e infedeli da punire. Lo schema è lo stesso. Cambia il vocabolario.

Negare che esistano bolle radicali in alcune frange dell'Islam europeo significa fingere di non aver visto Nizza 2016, Berlino 2016, Stoccolma 2017, Vienna 2020. La criminologia europea ha imparato dal 2016 in poi che esiste una zona grigia dove psichiatria, isolamento sociale ed emulazione si tengono per mano, e che le categorie classiche, dal jihadista organizzato al malato mentale solitario, si sovrappongono sempre di più. Chiamare il fatto di Modena solo "follia" è disonesto. Chiamarlo solo "Islam" è altrettanto disonesto. È, con ogni probabilità, entrambe le cose insieme.

Remigrazione e integrazione: due slogan, una stessa fuga

La parola remigrazione è propaganda. Tecnicamente: dove si remigra un cittadino italiano nato in provincia di Bergamo, con una laurea presa a Modena, che non ha mai vissuto in Marocco? E in subordine: vorremmo davvero un Paese che, di fronte al primo cantiere fermo o alla prima badante che manca, scoprisse di aver espulso la propria manodopera per un riflesso identitario? Il distretto tessile di Carpi lo sa bene: senza lavoratori stranieri molte aziende chiuderebbero nel giro di un trimestre.

Ma la parola integrazione è propaganda quanto la prima, quando viene pronunciata "a tutti i costi". Esistono nodi culturali, dal rapporto fra religione e legge civile al ruolo della donna nella sfera pubblica, su cui il dialogo è possibile e necessario, ma non infinito né automatico. Fingere che ogni differenza si dissolva al sole della convivenza europea è un atto di fede laica non meno cieco di certi catechismi.

E qui arriva il paradosso più scomodo di tutti. L'italiano per nascita lancia l'auto sui passanti. Gli stranieri per residenza lo fermano. Osama Shalaby, muratore egiziano di cinquantasei anni in Italia da trent'anni, e il figlio Mohammed, ventenne, hanno disarmato El Koudri rischiando la pelle, insieme a Luca Signorelli, accoltellato alla testa nell'intervento. A settantadue ore dai fatti, i due Shalaby ricordavano di non aver ancora ottenuto né la cittadinanza italiana né una casa popolare. La maggioranza dei musulmani d'Europa è perfettamente compatibile con i valori della convivenza civile. Lo stanno dimostrando loro, con i fatti. Esiste però, dentro l'Islam europeo, una frangia che quella compatibilità la rifiuta per principio, e ignorarla è il modo migliore per consegnarla alla propaganda.

Sapremo mai la verità?

Probabilmente no, almeno non tutta. La perizia psichiatrica dirà se El Koudri era capace di intendere e di volere. Non dirà se il riferimento religioso nella sua mente fosse una cornice o un motore. Le indagini sui dispositivi sequestrati hanno escluso, per ora, contatti con reti jihadiste organizzate. Non hanno escluso l'auto-radicalizzazione individuale in stato di crisi psicotica, perché non possono.

E qui arriva la domanda davvero scomoda: cambia qualcosa, per la turista tedesca che imparerà a camminare con due protesi, sapere se a guidare l'auto è stato un delirio schizoide o un proclama religioso? Per lei, no. Le gambe non tornano. Cambia per noi. Se è psichiatria, servono CSM finanziati, REMS in numero adeguato e protocolli seri per i pazienti che interrompono le cure. Il caso di Castelfranco Emilia è già, da solo, un atto d'accusa al welfare territoriale. Se è radicalizzazione, servono altri strumenti: intelligence, lavoro con le comunità musulmane moderate, vigilanza sui contenuti online, programmi di de-radicalizzazione che in Italia restano pericolosamente sottodimensionati. Se è entrambe le cose, come è probabile, servono entrambe le politiche contemporaneamente, e non l'una contro l'altra a colpi di talk show.

Il filo rosso

Carpi, a ventidue chilometri più a nord, guarda Modena con quell'attenzione particolare che si riserva alle cose che potrebbero accaderti la mattina dopo. Il filo rosso che lega tutto è uno solo, e non è ideologico: è la consapevolezza che la complessità del reale non si lascia ridurre allo schema da campagna elettorale. Né a sinistra né a destra. Né nella moschea né nello studio psichiatrico.

C'è un trentunenne in carcere a Modena che probabilmente verrà trasferito in REMS, se solo le REMS avessero posti. C'è una turista tedesca a Baggiovara che riapre gli occhi senza più le gambe. C'è una donna di Castelfranco Emilia che, insieme al marito, lotta a Bologna per tornare a casa. Ci sono due muratori egiziani che hanno fermato un attentatore italiano. E c'è un Paese che, di fronte a tutto questo, sceglie ancora una volta la via più semplice: la sceneggiatura prefabbricata, il colpevole già pronto, lo slogan da condividere.

Modena oggi è il nostro test. Il resto, la verità vera, sgradevole, divisa, lenta, è l'unica cosa che prima o poi ci consegneranno gli ospedali, i tribunali e quelle persone che da sabato hanno solo bisogno di camminare di nuovo.

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