Alle 4 e 4 minuti del mattino del 20 maggio 2012, una scossa di magnitudo 5.9 svegliò di soprassalto l'Emilia. Poi, il 29 maggio, un'altra di magnitudo 5.8 finì il lavoro che la prima aveva cominciato. Il bilancio finale fu di 28 morti, 45 mila sfollati e oltre 12 miliardi di euro di danni. Per Carpi e la sua Bassa, quella notte non è mai finita del tutto.
Quattordici anni dopo, ci sono ancora chiese chiuse, campanili ammutoliti, comunità che aspettano di tornare a casa propria. Non per negligenza, sia chiaro: il cantiere della ricostruzione è aperto, e i numeri lo dimostrano. Ma la storia, come spesso accade, la raccontano meglio le eccezioni che le regole.
Il bilancio della Diocesi: 36 su 69, ma i conti non tornano per tutti
La Diocesi di Carpi ha messo in fila i numeri con quella sobrietà che si addice a chi lavora sul campo. Il programma complessivo conta 69 interventi sul patrimonio ecclesiastico danneggiato: chiese, campanili, canoniche, cinema-teatri parrocchiali. Di questi, 36 sono già stati ultimati e riconsegnati alle comunità. Gli altri 33 sono in vari stadi di avanzamento: 8 cantieri aperti o in avvio imminente, per i restanti la macchina burocratica e progettuale è in moto.
Tradotto in italiano semplice: poco più della metà ce l'ha fatta, per l'altra metà si lavora. Non è un fallimento, ma neanche un trionfo. È la fotografia onesta di una ricostruzione del patrimonio pubblico e culturale che, come si sa in tutta Italia, va sempre più a rilento di quella privata. Gli emiliani sono stati bravi a rimettere in piedi le case e le fabbriche, meno rapidi con i beni collettivi: e questo non è un caso, ma il frutto di procedure, vincoli e risorse che non arrivano mai tutte insieme.
San Francesco, la ferita aperta nel cuore di Carpi
C'è poi lei: la chiesa di San Francesco, unica chiesa del centro storico cittadino ancora inagibile dal 2012. Quattordici anni con le transenne. Chi passeggia sotto i portici di Carpi la conosce bene, quella facciata silenziosa che guarda Piazza dei Martiri senza poter accogliere nessuno.
La notizia, finalmente, è buona: sono arrivate le autorizzazioni necessarie per avviare le procedure preliminari alla gara d'appalto. Un passo concreto, dopo anni di attesa. Per chi non frequenta i labirinti della burocrazia, traduco: si è finalmente sbloccato il passaggio che precede la gara per assegnare i lavori. Non è ancora il cantiere, ma è la porta che ci porta al cantiere.
La Diocesi ha fissato un incontro pubblico per venerdì 6 giugno alle ore 18, in parrocchia, per illustrare ai fedeli e ai cittadini i lavori previsti. In quella sede saranno presentati anche gli interventi di manutenzione straordinaria sui locali parrocchiali, finanziati con i fondi CEI 8xmille per l'edilizia e con una donazione privata. L'avvio dei lavori è previsto entro l'anno francescano in corso.
Novi e Concordia: l'attesa continua
Più indietro nel percorso si trovano due altre chiese simbolo della ferita sismica nel territorio: la chiesa di San Michele Arcangelo a Novi e quella della Conversione di San Paolo a Concordia. Per entrambe è stata avviata l'istruttoria della prima fase progettuale, con integrazioni in corso di elaborazione richieste dalla struttura commissariale. In altre parole: siamo all'inizio del percorso, con tutto quel che questo comporta in termini di tempi.
È giusto ricordarlo senza fare di ogni erba un fascio: ogni edificio ha la sua storia, la sua complessità strutturale, i suoi vincoli. Non si tratta solo di riparare i danni visibili, ma di rendere quegli edifici più sicuri di quanto fossero prima del 2012. Un obiettivo nobile che costa tempo e denaro.
I fondi regionali e la promessa che nessuno sarà abbandonato
L'intera operazione è resa possibile dai fondi regionali stanziati per la ricostruzione post-sisma. La Diocesi rassicura: nessun edificio è abbandonato, per ciascuno è previsto un percorso di recupero. Una promessa che, dopo quattordici anni, suona ancora necessaria da ripetere.
Accanto ai lavori tecnici, la Diocesi intende rafforzare il coinvolgimento delle comunità locali attraverso un calendario di incontri sul territorio e iniziative di cantiere aperto. Un segnale di attenzione che va nella giusta direzione: le pietre si ricostruiscono, ma le comunità si tengono insieme con la presenza e la comunicazione.
Un giudizio pragmatico: bene, ma con riserva
I numeri dell'Emilia raccontano una ricostruzione che nel complesso ha retto: il cratere sismico che nel 2012 comprendeva 59 comuni oggi è ristretto a 15. La parte privata, case e imprese, è sostanzialmente completata. Quella pubblica, soprattutto il patrimonio storico e religioso, arranca.
Quattordici anni sono un tempo lungo per una comunità che aspetta di rientrare nella propria chiesa. È giusto riconoscere i progressi compiuti. È altrettanto giusto non smettere di chiedere che il passo si faccia più spedito.