Il 6 maggio 1976 una scossa di magnitudo 6.5, ricordata in friulano come Orcolat, devastò il Friuli in 59 interminabili secondi, lasciando quasi mille vittime, oltre centomila sfollati e un'intera regione da ricostruire. Cinquant'anni dopo, quelle macerie sono diventate il simbolo più potente di rinascita civile che l'Italia del dopoguerra ricordi. Ed è proprio per onorare questa memoria che il Sindaco di Novi di Modena, Enrico Diacci, si è recato in visita ufficiale nelle terre friulane nei giorni 2 e 3 maggio 2026, portando il saluto e la testimonianza dell'Unione delle Terre d'Argine.
Una delegazione emiliana nel cuore del Friuli
La visita si è inserita nel ricco programma di iniziative coordinate con la Diocesi di Carpi, che ha visto la partecipazione dell'Arcivescovo Erio Castellucci e di una folta delegazione locale. Il momento più solenne è stato la liturgia commemorativa presso la Caserma "Goi Pantanali" di Gemona, presieduta dal Cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che ha unito nella preghiera e nel ricordo le comunità di tutta Italia accorse per l'anniversario. Non è una coincidenza che proprio Gemona, uno dei comuni più colpiti dal sisma del '76, sia diventata nel tempo simbolo del cosiddetto "modello Friuli": una ricostruzione guidata dai sindaci come funzionari delegati, rapida, efficiente e capace di preservare l'identità sociale e architettonica dei luoghi, tanto da ispirare la nascita della moderna Protezione Civile italiana.
Il legame con Pignano di Ragogna: una storia lunga mezzo secolo
Il cuore della visita è stato tuttavia il rinnovo del legame che unisce la comunità di Pignano di Ragogna a quella di Rovereto sulla Secchia. Un rapporto che affonda le radici nell'estate del 1976, quando i primi campi estivi di solidarietà portarono ragazzi e volontari emiliani nelle terre friulane distrutte dal sisma. Da allora i contatti non si sono mai interrotti, ma è stato il maggio 2012 a cementare definitivamente questo vincolo: quando le scosse del 20 e 29 maggio colpirono duramente la Bassa modenese, con epicentri che interessarono anche il territorio di Novi di Modena, la parrocchia di Pignano e i volontari friulani non esitarono un momento a mobilitarsi, ricambiando con generosità l'aiuto ricevuto quarant'anni prima.
Il "modello Friuli" come bussola per l'Emilia
Il Sindaco Diacci ha colto l'occasione delle commemorazioni per ribadire quanto l'esperienza friulana abbia rappresentato un punto di riferimento concreto per tutto il percorso di ricostruzione emiliano. "Vedere oggi un Friuli totalmente ricostruito e florido rappresenta un messaggio di speranza per il nostro territorio che, dopo quattordici anni di impegno collettivo, vede vicino il completo recupero dei propri spazi rinnovati, efficienti e più sicuri", ha dichiarato il Sindaco. Un giudizio che trova riscontro nei dati: a distanza di cinquant'anni dal sisma del '76, il Friuli ha non solo ricostruito ogni paese e ogni chiesa, ma lo ha fatto mantenendo intatta la propria identità culturale, un risultato che storicamente rappresenta l'eccezione, non la regola, nella storia dei disastri sismici italiani.
Verso il 20 maggio: la memoria che si avvicina
La visita in Friuli assume un valore ancora più profondo perché arriva a poche settimane dall'anniversario del terremoto emiliano. Tra meno di un mese, il 20 maggio 2026, la comunità di Novi di Modena e gli altri Comuni della Bassa modenese commemoreranno i quattordici anni dalle scosse che ne sconvolsero la vita. L'Amministrazione Comunale intende valorizzare questo "ponte ideale tra Friuli ed Emilia: due terre diverse ma unite dalla stessa forza d'animo", come ha sottolineato lo stesso Diacci. Un ponte che non è fatto solo di memoria, ma di gesti concreti, di volontari che si spostano, di comunità che si riconoscono nelle cicatrici altrui e scelgono di non dimenticare.